4 ottobre 2016

Immaginatevi tutti i toni dell’azzurro, del grigio, le sfumature della notte mescolarsi al tramonto, scia di indaco e denso rosso, e soffi di nuvole a coprire la terra, che sbuca con cime scure simili a dragoni addormentati. Le luci delle città definiscono fiumi gialli di civiltà, che arrivano a disperdersi con la linea dell’orizzonte. Non c’è cielo, non c’è terra. L’inclinarsi dell’aereo, l’ala che tocca l’infinito e io con lei, vuoto d’aria, sobbalzo al cuore, atterrata.

Piacere di conoscerti Giappone.


5 ottobre 2016 

Le parole in viaggio assumono un tono diverso. Nei discorsi, cercano di farsi capire in melodiche pronunce, insinuandosi in dialoghi a supporto di teorie fugaci. Si presentano, e si lasciano andare. Se vengono capite poi, non importa. Tanto un percorso lo percorrono ugualmente. Nella testa creano immagini e riflessi. Che siano le mie o quelle dell’altro non ha importanza. L’importante è che creino.

Che creino pensieri di vita.


6 ottobre 2016

Quando la città si allontana e l’altra si avvicina; nel limbo del silenzio delle loro storie affiora la mia. Il silenzio cola dentro, lascia libere le vibrazioni, le frasi diventano sussurri, silenzio, volti, sfumature di mondo, sensazioni. E l’io più interiore tocca il sottile limite estremo senza infrangersi all’esterno.

Divento pelle e caos.


14 0ttobre 2016

A Kyoto devi concedere il tuo silenzio, e il tuo tempo. Bisogna osservarla piano, e con delicatezza sfiorare i suoi luoghi. Le strade piccole dei quartieri, le lanterne rosse, le curve persone anziane, il taglio del loro sguardo, incanalano la mia attenzione al dettaglio e alla consapevolezza della sua vastità. La voce delle persone è sottile, l’eleganza della loro compostezza pacifica, i tratti della loro scrittura poesia. Cammino a lungo nel suo animo malinconico, scontrandomi con generazioni differenti e la gentilezza del suo popolo. Immersa nella vita permane la sua storia, fatta di commerci, meditazioni, leggende e futuro. Mi riposo sull’orlo di un giardino zen, tra aceri secolari, libellule, il suono delle foreste di bambù, la luce autunnale che si posa come velo sul verde della natura. Ritorno a gironzolare tra la gente, mi accorgo che siamo in tanti, solo qualcuno si accorge di me, ma allontanandomi dalle zone turistiche, arrivando nei limiti della periferia, ecco qui sono incuriositi da me, forse dai miei tratti come io dai loro. I bambini mi osservano alzando la testa coperta da cappellini colorati, le donne anziane inchinandosi mi sorridono infossando i loro lineamenti tra le rughe del tempo, gli uomini ruotano lo sguardo e i più audaci rispolverano l’inglese imparato alle volte troppo tempo fa. E allora scopro un anziano viaggiatore che l’Italia l’ha visitata ormai 30 anni fa, un docente universitario che mi parla di vecchi dischi jazz, un fotografo che ha vissuto un decennio a New York senza dimenticarla, e peccato non capire le storie in lingua giapponese.

Siamo tutti storie da raccontare.


16 ottobre 2016

Kyoto si è posata sul mio cuore, e io come un soffio di vento mi muovo verso Tokyo. Mi sposto leggera, non ho appigli che trattengono la mia mente. Ieri sera, prima di dormire, mi sono abbandonata alla consapevolezza dell’addio, ma con la speranza di un arrivederci. Credo che il fatto di viaggiare sola incanali l’importanza su me stessa, e imparo a bastarmi. Per quanto il resto mi circonda, mi entra dentro, lo viva, quando giunge l’ora di partire ci sono solo io. Questa è la solitudine del viaggiatore. Ci si sfiora. Si continua a sfiorare le persone senza mai toccarle veramente. E ci si sente liberi, e veri. In un equilibrio di illusione senza pretese. Nell’aria nuova senza punti fermi, preconcetti, assunzioni, che impercettibilmente alterano i nostri sensi, e la costruzione di pensieri che col passare del tempo perdono la curiosità e il coraggio di superare le paure. Mi sento come una pagina bianca.

Pronta a sporcarsi di vita.


24 ottobre 2016

Sono giunta a Tokyo attraverso le terre verdi del Giappone, sfiorando l’oceano e accarezzando il monte Fuji con lo sguardo, in lontananza. E nelle prime ombre della notte la città si è affacciata all’improvviso. Le strade come fili intrecciati si snodano tra i grattacieli, in un perenne movimento geometrico e preciso. Le persone, svaniscono inghiottite dalla folla, dando l’illusione d’essere piccoli mondi nel cosmo. E io rimango incantata dal caos. Tokyo è un labirinto di mistero. Il chiasso del traffico si disperde nelle prime vie laterali, in cui la confusione diventa vita quotidiana, dove le basse case popolari sono sommerse dall’immensità del progresso. I gatti guardano passare la gente per ore, le signore che si spostano con i sacchetti della spesa, i lavoratori che camminano rapidi guardando l’orologio, gli studenti che si sistemano il colletto della divisa, i turisti che sorridono alle foto ricordo. Ogni quartiere si sviluppa come organo vitale lungo lo scheletro della città. Collegati da una lunga rete sotterranea che da vita a una città parallela, ma senza cielo. La vivacità delle voci gremisce i ristoranti lungo i vicoli ad ogni ora, sbuca dalle sottili porte fatte di carta, affiora all’apertura di un ascensore, si quieta sulla soglia dei vagoni della metropolitana. Qui la gente sonnecchia, a parlare sono gli occhi con lo schermo dei cellulari, nel rispetto della virtù del silenzio. La fugacità del giorno termina in camminate stanche dentro a calzature spesso più grandi dei piedi che contengono, e il susseguirsi delle albe apre nuovi sguardi metropolitani. L’evoluzione è costante, le contraddizioni dovunque, e la convivenza col passato persiste, velata dalla grande bugia sorridente quale è una metropoli. Tra le luci al  neon che illuminano l’esuberanza delle giovani generazioni, si respira il futuro nei passi lenti e trascinati degli anziani.

La saggezza dell’innovazione.


30 ottobre 2016

Bronte Beach, Sydney. Giorno sbagliato per la spiaggia. Il cielo nuvoloso riflette una luce grigia tra i cumulonembi del cielo, e nel vento l’oceano è in festa. I surfisti cavalcano le sue onde arrabbiate, schiumose, azzurre. Dal cielo la pioggia cade a tratti fina e leggera, e la gente continua a camminare, guardando il mare, non il cielo. Con lo sguardo all’orizzonte rifletto sulle misure, che ci allontanano dai luoghi, che ci avvicinano alle persone, che scoprono spazi, nella testa, nella cartina dell’anima. Le distanze che ci portiamo dentro. La grandezza degli amori che non ci abbandonano. I limiti che ci separano dal resto del mondo. La mano di uno sconosciuto che ci fa sentire a casa.

Una ragazza piange nel ciglio del lungo oceano. Un ragazzo in bici getta una lattina, la vede, si ferma, aspetta. Are you ok? L’abbraccia. A due mani la tiene accarezzandole la testa, dolcemente, finchè non si calma. La lascia. Aspetta. Si sorridono. E con un bacio sulla guancia se ne va. Adesso io non so cosa sia successo. Ma so che quello che ho visto ha fatto avvicinare tutte le distanze del mondo.


15 novembre 2016

I chilometri si accumulano sotto le mie suole, dentro le mie scarpe sporche, invadono la mia testa. Hanno portato le mie percezioni a cambiare, a condividere le solitudini, ad avere il coraggio di trovarmi, a pormi domande diverse, a perdermi nelle risposte. E giunta alla fine, andare. Sempre. Camminare con i piedi rivolti al domani. I ricordi si accumulano in un bagaglio pesante che è quello della mia storia, che si alleggerisce condividendoli con gli occhi di sconosciuti, capaci di diventare amici nel tempo di una chiacchierata.

Siamo vite, da vivere.